Confiscare non sviluppa

I dati sull’andamento economico delle attività confiscate alla criminalità organizzata – resi disponibili dall’apposita Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati – segnalano, com’era da attendersi, un’ecatombe di perdite e di fallimenti, con rarissime eccezioni. Ce n’è abbastanza perché don Luigi Ciotti denunci con foga “reti di complicità, ritardi e silenzi”, che probabilmente ci saranno anche state, ma nella sua analisi deprecatoria trascura un poco la realtà.
19 AGO 20
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I dati sull’andamento economico delle attività confiscate alla criminalità organizzata – resi disponibili dall’apposita Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati – segnalano, com’era da attendersi, un’ecatombe di perdite e di fallimenti, con rarissime eccezioni. Ce n’è abbastanza perché don Luigi Ciotti denunci con foga “reti di complicità, ritardi e silenzi”, che probabilmente ci saranno anche state, ma nella sua analisi deprecatoria trascura un poco la realtà. A partire dal carattere oggettivo della gran parte delle attività economiche gestite in passato dalle mafie: non si tratta infatti di imprese che guadagnavano in mano ai boss, e che perdono una volta affidate a gestioni pubbliche o associative, come si dice con superficialità. Le mafie accumulano beni come investimenti di redditi illeciti: case, palazzi, ville e castelli che sono di fatto fuori mercato perché hanno senso solo come esibizione di potere. Oppure utilizzano la facciata di imprese commerciali o manifatturiere per riciclare denaro sporco, non certo per produrre secondo l’etica liberale del mercato. Pretendere che queste attività, ovviamente private dell’afflusso di capitali illecitamente acquisiti, siano in grado di reggersi autonomamente è un’illusione. Un giudizio così negativo da parte di don Ciotti sull’effetto delle confische è anche l’espressione di una visione sbagliata (paradossalmente laudativa) dell’attività economica “legale” delle mafie, che viene letta come una potenziale risorsa per la crescita, trascurandone l’intrinseco marciume.
Naturalmente tutto si può fare meglio, è difficile pensare che per gestire le attività sequestrate, sottoposte comunque a un controllo pubblico pesante, si sia attivata una classe imprenditoriale meridionale particolarmente efficiente e ideativa (che per la verità si vede poco anche nell’economia regolare). Le confische dei beni dei mafiosi sono sacrosante, rappresentano una delle minacce più serie al loro potere e alla loro arroganza, ma aspettarsi che diventino il volano per la ripresa economica, nel sud e non solo nel sud, è più di un’ingenuità, è proprio una sciocchezza.